La mia foto

Dopo tanto lavoro, finalmente posso dedicarmi a quello che da sempre avrei voluto fare. Tuffarmi nel mondo della finanza, dell'economia e del trading. Lo studio è quello che più mi gratifica, dopo che la vita m'aveva portato verso altri lidi. Il mio impegno è costante e grazie ad internet sto cercando di carpire metodi consoni a questa mia nuova attività.

chart

chart

Calendario Economico fornito da Forex Pros - Il Portale di Trading sul Forex.

lunedì 24 marzo 2014

Vendesi petrolio....prezzo competitivo

Qualcuno compri il petrolio curdo..!!
Vendesi prezzo competitivo, cinquecentomila barili di petrolio di ottima qualità stoccati nel porto turco di Ceyhan! 
Non ci credete?
Eppure quel petrolio è proprio là, anche se non è in vendita. Almeno per ora.
Sembra strano che, in un mondo continuamente affamato di petrolio nonostante la crisi economica, ci sia un
quantitativo, non enorme ma neppure insignificante, che rimanga stoccato per mesi senza che lo si voglia vendere.

La bizzarra situazione ha, però, le sue spiegazioni e la storia comincia ben otto anni fa quando fu approvata la Costituzione irachena. Fu, allora, un atto di grande democrazia e i cittadini che la approvarono tramite referendum mostrarono di apprezzarne anche l’impostazione federalista. Purtroppo, come spesso succede anche con le comuni leggi, ne nacquero interpretazioni controverse su alcuni articoli e, in particolare, per quello che riguardava la gestione delle risorse petrolifere. Sia il Governo centrale sia la Regione Autonoma Curda sono d’accordo sul fatto che gas e petrolio siano un bene di tutta la nazione e non ne fanno una questione su come dovrebbero essere spartiti i loro proventi. Il problema sta in chi abbia la titolarità per firmare e porre le condizioni ai nuovi contratti di esplorazione e sfruttamento attuati con società terze. E soprattutto chi deve negoziare e curare i contratti di esportazione.

Bagdad ritiene che tutto il petrolio e il gas giacenti nel sottosuolo, indipendentemente se trattasi di vecchi pozzi o nuove esplorazioni o quale sia la loro collocazione geografica, spetti solamente al ministero centrale e alla società nazionale SOMO. I curdi, dal canto loro, forti del fatto che la Costituzione parla soltanto di pozzi in essere, ritengono invece che tutti i giacimenti, volutamente non esplorati dal governo di Saddam Hussein e giacenti nel territorio della Regione Autonoma, siano di competenza del governo curdo. Di là dalle interpretazioni giuridiche che sembrerebbero dare ragione ai Curdi, i motivi della presa di posizione di Erbil sono, contemporaneamente, politici ed economici.

Politici, perché sono indubbio che il poter stabilire a chi assegnare le esplorazioni, fissarne le condizioni, e decidere come e a chi vendere rappresenti una posizione di forza non indifferente. Inoltre, Erbil non si fida della volontà “federalista” del governo di Al Maliki. E ne ha ben donde! L’azione politica del Primo Ministro iracheno è sempre più evidentemente centralizzatrice, per non dire addirittura settaria sia contro i sunniti sia contro i Curdi. Sempre più numerose sono, infatti, le voci popolari che tendono ad assimilare il suo comportamento con quello di Saddam.

Ma ci sono anche, com’è ovvio, motivi economici. A parte la corruzione endemica, perfino esagerata, che avvolge i ministeri di Bagdad, i Curdi, che non hanno nessun rappresentante nella SOMO, hanno motivo di dubitare che le cifre delle vendite loro comunicate siano del tutto veritiere. Poiché alla Regione Autonoma spetta il 17% delle entrate generali dello Stato, e poiché la maggior parte di queste entrate deriva proprio dalla vendita di gas e petrolio, il non avere certezza sulla loro entità può significare differenze di decine o anche centinaia di milioni d dollari.

Dopo che il Parlamento curdo aveva approvato, nel 2007, la propria legge sul petrolio e cominciato ad attribuire concessioni per lo sfruttamento, il Ministro iracheno Shahristani minacciò subito tutte le società petrolifere che avessero accettato di negoziare direttamente con Erbil di non poter più lavorare nel resto dell’Iraq. Aggiunse pure che, qualora si trattasse di società che già godevano di concessioni, queste ultime sarebbero state loro ritirate. Per questo motivo, come primi assegnatari si fecero avanti solo piccole imprese petrolifere che non avevano nulla da perdere, ma lo scorso anno anche Exxon, già titolare di una concessione nel sud del Paese, ha “varcato il Rubicone”. Nulla per ora è successo di là dalle minacce verbali perché, anche per il potente Vice Primo ministro con delega all’energia, è impossibile rinunciare all’alta tecnologia e agli investimenti di quel colosso americano.

Dalla prima concessione a oggi, tuttavia, i rapporti tra potere centrale e quello regionale sono sempre stati difficili nonostante i numerosi tentativi di trovare un accomodamento. Nel frattempo, i turchi, desiderosi di diventare sempre più hub petrolifero per i rifornimenti dei Paesi sviluppati e in disaccordo con Baghdad per la questione siriana, hanno firmato con Erbil un contratto di collaborazione che ha previsto, tra l’altro, la realizzazione di un nuovo oleodotto che dal Kurdistan Iracheno arrivasse direttamente in Turchia senza toccare altro suolo iracheno. Questo oleodotto è stato poi realizzato ed ha trasportato, poco prima di Natale, i primi cinquantamila barili al giorno di petrolio curdo. Proprio quelli che oggi giacciono a Ceyhan.

Ovvia la reazione furibonda di Baghdad che ha minacciato pesantemente Ankara ma ha rilanciato, contemporaneamente, nuove negoziazioni con la propria Regione disubbidiente. Senza poter ora, per mancanza di spazio, scendere nei dettagli dobbiamo osservare che con il tipico modo negoziale mediorientale fatto di bluff, sorrisi e minacce, porte sbattute e quant’altro, tutte le bocce sono ferme e per questo anche i barili già esportati restano in attesa della futura vendita e di chi si deciderà possa farlo. Sia il Governo centrale sia i Curdi sia i Turchi continuano gli incontri, ben attenti a non fare atti che significhino il varcare quella linea rossa che non consentirebbe più di trovare una qualche futura soluzione. source

La partita, comunque, è grossa e gravida di conseguenze economiche e politiche enormi non solo per i diretti protagonisti. Basti pensare che la produzione attuale dell’intero Iraq è vicina ai tre milioni di barili al giorno ma punterebbe, Opec permettendo, ad arrivare ai sette o addirittura ai nove. Il solo Kurdistan oggi produce poco più di trecentomila barili ma è stimato velocemente arrivare nei prossimi anni ai due/tre milioni di barili al giorno. E a questi si aggiungono le potenzialità riguardanti il gas (in Kurdistan presente in grandissima quantità) che qualcuno considera addirittura superiori a quelle del petrolio.

Il 30 Aprile si terranno le elezioni politiche nazionali e, evidentemente, tutti i protagonisti avrebbero piacere di arrivarci forti di un accordo raggiunto, ma se e soltanto se tale accordo potrà anche essere sventolato davanti ai propri rispettivi elettori come un proprio successo