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Dopo tanto lavoro, finalmente posso dedicarmi a quello che da sempre avrei voluto fare. Tuffarmi nel mondo della finanza, dell'economia e del trading. Lo studio è quello che più mi gratifica, dopo che la vita m'aveva portato verso altri lidi. Il mio impegno è costante e grazie ad internet sto cercando di carpire metodi consoni a questa mia nuova attività.

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lunedì 15 luglio 2013

Multinazionali ... ecco chi dice addio all’Italia

E almeno altre sette si apprestano a farlo ento il 2014.
Pesano la burocrazia, le tasse e l'incertezza del diritto.
Anche per gli italiani.
Dall’Italia fuggono cervelli, capitali e multinazionali.
Venti grandi colossi internazionali hanno battuto la ritirata dai nostri confini negli ultimi due anni.
Altri sette potrebbero presto fare lo stesso.

Shell ha appena annunciato la messa in vendita di 870 pompe di benzina lungo tutta la penisola.
In questo caso non dovrebbero esserci particolari ripercussioni sull’economia italiana o sui livelli occupazionali: l’asset (valutato 1,3 miliardi) fa gola a molti: dall’Api dei Brachetti Peretti, alla Erg dei Garrone fino alla Saras dei Moratti, ma anche a Esso, Tamoil, Rosfenet e persino a qualche fondo di private equity.
Ma il dato fa comunque riflettere.  Anche perché Shell non è certo la prima multinazionale a lasciare la Penisola da quando ha avuto inizio l’ondata recessiva. E non sarà l’ultima. Molti altri gruppi, probabilmente a breve seguiranno questa stessa strada.  Le ragioni del gruppo anglo-olandese vanno cercate, oltre che in motivazioni interne al colosso (il piano di dismissioni ammonta, complessivamente, a 10 miliardi di euro), anche nelle tasse decisamente elevate sulla benzina, nella forte contrazione dei consumi e del crollo del traffico a causa della crisi. Ma a spingere i giganti internazionali fuori dal territorio italiano sono anche le classiche “malattie” della Penisola a cui sono appese attività e imprese: il cuneo fiscale che rende il lavoro eccessivamente oneroso, il deficit infrastrutturale, la burocrazia infinita e di fatto, l’incertezza legale costante, i tempi eccessivamente lunghi per ottenere i pagamenti per via giudiziale.
CHI HA GIA’ DATO L’ADDIO. Nel recente passato, ovvero negli ultimi cinque anni, hanno detto addio o arrivederci all’Italia tra gli altri: Alcoa (per l’Arabia Saudita), Dainese (per la Tunisia), Carrier (per la Romania), Rossignol (Romania), Sykes Italia (per la Romania), Yamaha (per la Spagna), Koia (per Dallas) e la Schneider Electric. Nokia Siemens ha poi chiuso il settore ricerca di Cinisello (per la Cina), Glaxo il centro di ricerca di Verona e, successivamente, anche la fabbrica di Baranzate; Electrolux ha dimezzato la propria presenza sul territorio; Motorola la ricerca di Torino, Astrazeneca il sito produttivo di Caponago; Sanofi Aventis la riceca; Pfizer il polo di ricerca oncologica di Nerviano (passato oggi sotto il Servizio sanitario regionale lombardo). Jakob Muller ha spostato tutto in Cina, Merck ha chiuso il centro di ricerca di Pomezia; la giapponese Agc flat glass l’impianto di Salerno; Kering (ex Ppr) la catena Fnac (il ramo d’azienda è stato rilevato da Dps Group, titolare del marchio Trony). E l’elenco potrebbe continuare ancora per molte righe. Ovviamente il rischio che, chi ha già preso parzialmente la via d’uscita dal Paese prosegua e completi il percorso è più che concreto.
E CHI SI APPRESTA A FARLO. E i prossimi nomi in lista si possono già segnalare. Bridgestone ha annunciato che vuole chiudere lo stabilimento di Bari entro la prima metà del 2014 lasciando a casa 950 lavoratori. La decisione, secondo quanto attestato dal colosso giapponese, è dovuta alla contrazione del mercato degli pneumatic in Europa dove a quanto pare resistono (anche se con qualche difficoltà) solo i produttori di pneumatici di alta gamma. Sempre nel settore delle quattro ruote, l’attenzione su quelle cehe sono le intenzioni di Fiat per il prossimo futuro è sempre altissima. Nonostate le continue rassicurazioni del Lingotto («non chiuderemo altri stabilimenti in Italia») da anni si teme il progressivo ritiro dai confini nazionali a favore dei Paesi low cost sul fronte produttivo e a favore degli Usa a livello direzionale e di ricerca.
Aptargroup, multinazionale Usa attiva nella produzione di erogatori per bevande e flaconi per profumeria, ha parlato della chiusura di uno dei due stabilimenti italiani. E proprio in questi giorni anche il colosso farmaceutico a stelle e strisce, Merck Sharp & Dohme, ha comunicato ai suoi dipendenti italiani che, a partire dal 1 gennaio 2015, chiuderà anche lo stabilimento di Pavia, l’ultimo baluardo produttivo rimasto nel Paese. Starebbe per chiudere i battenti anche Ceam (gruppo Utc-Otis), attiva nella produzione di ascensori e presente da oltre 60 anni nel nostro Paese. I vertici della multinazionale hanno deciso di spostare produzione e progettazione in Spagna, lasciando qui solo l’attività commerciale a causa della domanda modesta e del costo del lavoro elevato. Tnt a fine giugno ha anticipato anche la decisione di lasciare anche la sede di Avellino all’interno del piano di progressivo abbandono del territorio a favore di Paesi più vantaggiosi sul fronte dei costi.  Infine, la multinazionale svedese Dometic, attiva nella produzione di prodotti per la refrigerazione e in particolare condizionatori per camper, ha annuncio la chiusura  di tutte le sedi italiane eccetto una sede forlivese in seguito alla decisione di spostate tutta la produzione in Cina.
ANCHE LE AZIENDE LOCALI TRASLOCANO. Non sono solo le multinazionali a cercare fortuna altrove. Secondo l’ultima ricerca realizzata dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre sono state oltre 27mila le aziende italiane che al 31 dicembre 2011 (ultimo dato disponibile) hanno trasferito all’estero in tutto o in parte la propria attività.
Di queste bene 2.562 sono andate in Francia dove viene apprezzata la certezza del diritto e la burocrazia ridotta ai minimi termini, seguita da Stati Uniti (2.408 aziende),  Germania (2.099 imprese), Romania (1.992 unità produttive) e Spagna (1.925 aziende).  Cina è al settimo posto con 1.103 imprese. source
Per non parlare poi dell’ultimo miracolo svizzero dove sono approdate dal Nord Italia molte attività imprenditoriali attirate dagli incentivi fiscali e dalla tassazione rasoterra.
ITALIA in VENDITA. Preoccupa poi la vendita di brand storici italiani agli stranieri, un processo in corso da anni ma, che negli ultimi giorni ha subito (con Loro Piana e Cova vendute a Lvmh e Pernigotti a un gruppo turco) una  preoccupante accelerazione.
Al di là delle congetture legate alla difesa dell’italianità dei nostri marchi che nel mondo rappresentano l’eccellenza del made in Italy, il problema più concreto è presto detto: il rischio è lo svuotamento finanziario delle prede seguito dalla delocalizzazione della produzione e quindi dalla chiusura di stabilimenti e dalla perdita di occupazione. Un rischio concreto: di Fiorucci (acquisita nel 1990 dalla giapponese Edwin International) a Milano è rimasto solo il centro design.