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Dopo tanto lavoro, finalmente posso dedicarmi a quello che da sempre avrei voluto fare. Tuffarmi nel mondo della finanza, dell'economia e del trading. Lo studio è quello che più mi gratifica, dopo che la vita m'aveva portato verso altri lidi. Il mio impegno è costante e grazie ad internet sto cercando di carpire metodi consoni a questa mia nuova attività.

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venerdì 1 marzo 2013

Il made in Italy perde pezzi. La crisi apre ai nuovi conquistatori

Made in Italy vendesi. Le aziende italiane, dai grandi gruppi alle Pmi, sono sotto il tiro di grandi imprenditori stranieri.
Stavolta a dirlo non sono le associazioni imprenditoriali, ma i servizi segreti. Che denunciano "l'azione aggressiva di gruppi esteri". Dalla moda di Valentino ad Avio fino alle rosse Ducati, nel 2012 sono volati via alcuni pezzi pregiati. Dagli ultimi mesi del 2012, gli investimenti si sono fatti più consistenti. Dopo l'addio a marchi storici come Buitoni, Carapelli e Invernizzi, anche le imprese agroalimentari, indebolite dalla crisi, diventano terra di conquista...

Made in Italy vendesi. Le aziende italiane, dai grandi gruppi alle Pmi, sono sotto il tiro di grandi imprenditori stranieri. Stavolta a dirlo non sono le associazioni imprenditoriali, ma i servizi segreti. Che denunciano "l'azione aggressiva di gruppi esteri". Dalla moda di Valentino ad Avio fino alle rosse Ducati, nel 2012 sono volati via alcuni pezzi pregiati. Dagli ultimi mesi del 2012, gli investimenti si sono fatti più consistenti. Dopo l'addio a marchi storici come Buitoni, Carapelli e Invernizzi, anche le imprese agroalimentari, indebolite dalla crisi, diventano terra di conquista.
Made in Italy vendesi. Le aziende italiane, dai grandi gruppi alle Pmi, sono sotto il tiro di grandi imprenditori stranieri. Stavolta a dirlo non sono le associazioni imprenditoriali, ma i servizi segreti. Che denunciano "l'azione aggressiva di gruppi esteri'" mirata a "strategie acquisitive di patrimoni industriali, tecnologici e scientifici nazionali". E gli obiettivi che esercitano maggiore appeal sono "i marchi storici del made in Italy, a detrimento della competitività delle nostre imprese strategiche''.
Se in passato gli occhi stranieri si posavano sulle grandi aziende, oggi la crisi espone anche il tessuto delle piccole e medie imprese. "L'attenzione dell'intelligence si è appuntata sulla natura dei singoli investimenti per verificare se siano determinati da meri intenti speculativi o da strategie di sottrazione di know how e di svuotamento tecnologico delle imprese stesse con effetti depressivi sul tessuto produttivo e sui livelli occupazionali". In particolare, "alcune manovre di acquisizione da parte di gruppi stranieri se, da una parte, fanno registrare vantaggi immediati attraverso l'iniezione di capitali freschi, dall'altra sono apportatrici nel medio periodo di criticita'" specie per realtà produttive "proprietarie di tecnologie di nicchia, impiegate nei settori della difesa, dell'aerospazio e della sicurezza nazionali, come pure nella gestione di infrastrutture critiche del Paese". Come a dire: attenzione a svendere i pezzi pregiati del made in Italy. A una liquidità immediata potrebbero seguire svantaggi di lungo periodo. source
Appena la crisi ha mostrato segni di miglioramento, gli acquisti in Italia sono schizzati: tra ottobre e dicembre hanno toccato i 5,6 miliardi. In sostanza, negli ultimi 60 giorni dell'anno si è concentrato il 60% degli acquisti dell'intero 2012. Un anno in cui l'Italia ha visto volar via alcuni dei pezzi pregiati: addio alle rosse Ducati, finite nella mani di Audi. Scucita all'Italia la griffe Valentino. General Electric si è accaparrata Avio con un affare che sfiora i 2 miliardi di euro. Il rosso di Valentino e quello delle moto di Borgo Panigale potrebbero non essere il solo ad attrarre i "tori" stranieri. I cinesi di Weichai, dopo aver abbordato gli yacht Ferretti, sono arrivati sul Cavallino rampante. Per il momento con un rapporto di sponsorizzazione. Gli appetiti dello stesso gruppo cinese si sono rivolti a un'altra azienda vicina alla Rossa: Piaggio Aero, presieduta da Piero Ferrari, figlio di Enzo. D'altronde in Piaggio Aero gli stranieri sno di casa: il fondo di Abu Dhabi Mubadala e il colosso indiano Tata possiedono già il 33% del gruppo.
Investitori esteri hanno anche varcato le porte di Piazza Cordusio, modificando l'assetto azionario di Unicredit: è una notazione (non solo) simbolica che, all'interno di uno dei principali istituti italiani, i primi tre azionisti siano stranieri. La britannica Pamplona, con un'operazione da 700 mila euro conclusa lo scorso giugno, è salita oltre il 5% del capitale. La presenza estera, già pesante grazie al fondo Aabar di Abu Dhabi (primo azionista con il 6,5%) è stata resa ancor più sostanziosa a gennaio 2013, quando il colosso del risparmio gestito Blackrock ha superato la soglia del 5%.
Europa, Asia e Stati Uniti non sono interessati solo ai big di finanza, difesa e moda. Si stanno concentrando anche sul made in Italy per eccellenza, quello del settore alimentare. La Confederazione italiana agricoltori (Cia) mette in guardia: l'agroalimentare italiano "è sempre più terra di conquista straniera. Negli ultimi anni sono passati oltre confine marchi storici: dalla Parmalat alla Bertolli, dalla Buitoni alla Perugina, dalla Galbani alla Carapelli, dalla Invernizzi alla Locatelli, alla Cademartori". In tutto le multinazionali di settore hanno messo la mani "su un patrimonio di 210 miliardi di euro l'anno". La crisi stronca le resistere delle Pmi. L'aggressività estera fail resto, decisa com'è a conquistare "patrimoni industriali, tecnologici, scientifici nazionali" e "marchi storici del made in Italy". D'altra parte, proprio la debolezza del sistema Italia, sostiene la Cia, "rende più vulnerabili le nostre imprese agroalimentari che sono così prese di mira da gruppi stranieri che mettono in atto particolari manovre di acquisizione per scippare dei marchi e conquistare spazio nel settore. E i danni sono evidenti soprattutto per i nostri agricoltori, che vedono ridurre le vendite in quanto l'approvvigionamento di queste società è rivolto ad altri mercati. In questo modo il made in Italy s'impoverisce, visto che ormai le multinazionali controllano oltre il 70% dei prodotti che finisce sulle nostre tavole. Ormai l'investitore estero è un indisturbato conquistatore".