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Dopo tanto lavoro, finalmente posso dedicarmi a quello che da sempre avrei voluto fare. Tuffarmi nel mondo della finanza, dell'economia e del trading. Lo studio è quello che più mi gratifica, dopo che la vita m'aveva portato verso altri lidi. Il mio impegno è costante e grazie ad internet sto cercando di carpire metodi consoni a questa mia nuova attività.

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venerdì 8 giugno 2012

Spagna... Il tempo è quasi scaduto

Il destino di Madrid avrebbe dovuto essere deciso dopo le elezioni greche del 17 giugno.
Ma di fronte al precipitare degli eventi i tempi stanno accelerando drammaticamente.... 

Il clima politico che circonda la crisi dell’euro negli ultimi giorni è cambiato in modo quasi impercettibile. Da un vago consenso sul concetto che la Spagna, nell’occhio del ciclone, non poteva aspettarsi nulla prima del 17 giugno – data in cui si terranno le seconde elezioni in Grecia, dopo che le prime non hanno portato alla formazione di un nuovo governo – si è passati a qualcosa di diverso: “Bisogna fare qualcosa, qualsiasi cosa, prima di quella data”. Panico o semplice previsione?


Il segno più evidente di questo nuovo clima è stata la videoconferenza del 5 giugno tra i ministri delle finanze del G7, evento alquanto insolito e che in genere finora preludeva sempre a un’azione concertata da parte delle principali banche centrali. Ed è proprio questo che potrebbe infatti accadere al meeting del board della Banca centrale europea, la grande speranza per coloro che auspicano un’azione immediata a difesa della valuta unica.

Sulla Spagna convergono due trend. Il primo è l’assoluta e crescente sfiducia dei mercati nella sostenibilità dell’indebitamento pubblico, statale e privato (bancario) della Spagna. Il secondo è una vaga sensazione che la zona euro – che ai fini di ciò di cui stiamo parlando significa per lo più Germania, di questi tempi – potrebbe essere disposta a intervenire per scongiurare il disastro che seguirebbe il crollo della Spagna. I mercati azionari e valutari per tutto il giorno sono andati al rialzo e al ribasso in modo altalenante,  a seconda delle voci sul prevalere dell’uno o dell’altro trend.

È arrivato il momento di raccogliere i cocci. Luis de Guindos, ministro delle finanze spagnolo, vuole che il settore bancario del suo paese sia in grado di ottenere i soldi europei senza che si arrivi al bailout. Se ciò accadesse, vorrebbe dire la fine politica del governo di Mariano Rajoy e un enorme sacrificio per il popolo spagnolo, che sarebbe sottoposto ai dettami dei creditori.

Più di ogni altra cosa, un bailout vorrebbe dire che il paese sarebbe escluso dai mercati. L’unica fonte di nuovi finanziamenti per coprire gli interessi dei buoni sarebbe a quel punto il fondo di soccorso europeo, che imporrebbe al governo spagnolo tutte le decisioni economiche, senza possibilità di appello.

Il governo si ritroverebbe con mani e piedi legati. I principali azionisti di quel fondo sono infatti quegli stessi paesi dove hanno sede le banche che hanno prestato somme incalcolabili alle loro controparti spagnole e allo stesso stato spagnolo. Come vediamo accadere oggi in Grecia, il bailout – uno dei termini più  eufemistici introdotti dalla crisi dell’euro – equivale a essere strangolati.

È risaputo infatti  che Atene non vede neppure un euro dei presunti soldi del bailout, perché vanno a finire tutti direttamente ai creditori, che in questo caso sono il Fondo monetario internazionale, la Bce e la Commissione europea.


Pacchetto completo
Dal punto di vista del creditore, tuttavia, le cose assumono tutt’altro aspetto. Autorizzare un bailout parziale soltanto delle banche nei guai potrebbe essere il primo passo verso la conclusione di trattative bilaterali sui debiti di quegli enti nei confronti dei loro creditori, senza poter garantire la riscossione con la stessa certezza che ci sarebbe qualora l’intero territorio fosse stato messo adeguatamente in sicurezza – vedi  il paese che è stato salvato con un’iniezione di capitali.

A dar retta a quello che il governo spagnolo sta suggerendo e che i leader tedeschi dicono ufficialmente, la Germania sta aiutando la Spagna. Ma stando alla stampa internazionale Angela Merkel e il suo ministro Wolfgang Schäuble sono le persone più interessate a far sì che Madrid accetti il pacchetto completo: un intervento vero e proprio di bailout. Anche Obama, Hollande e Barroso sono nell’elenco di coloro che stanno sollecitando Berlino a fare un gesto decisivo.

Il 5 giugno Cristóbal Montoro, ministro spagnolo del bilancio, ha riassunto la situazione del governo spagnolo con una battuta – “I men in black (rappresentanti della troika) non verranno”, un modo tutto sommato divertente per respingere l’intervento di salvataggio – ma ha anche dovuto ammettere che per salvare le banche serve denaro. “Il problema è dove trovarlo”, ha detto.

Quest’ultima frase probabilmente serve a farci comprendere meglio quel cambiamento di clima di cui si parlava all’inizio. La Spagna riesce soltanto a malapena a continuare ad accedere ai mercati, e senza aiuto dalla Bce e dalla zona euro, non riuscirà a fare molto di più.


In Europa
Nel segno della paura