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Dopo tanto lavoro, finalmente posso dedicarmi a quello che da sempre avrei voluto fare. Tuffarmi nel mondo della finanza, dell'economia e del trading. Lo studio è quello che più mi gratifica, dopo che la vita m'aveva portato verso altri lidi. Il mio impegno è costante e grazie ad internet sto cercando di carpire metodi consoni a questa mia nuova attività.

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domenica 20 maggio 2012

Diamo uno sguardo all'austerità in Italia

L’economia Italiana è in contrazione per il terzo trimestre consecutivo, con una recessione che fa sprofondare il paese aggiungendo fuoco alla crisi dell’euro.
L’Italia è la terza economia dell’Eurozona e molti la vedono come l’ago della bilancia di un eventuale collasso della moneta comune perché è troppo grande per fallire. Né l’UE né il FMI hanno abbastanza denaro per salvarla. Se il "Bel paese" va in default, questo probabilmente segnerà la fine dell’euro...
Si è accusata l’austerità per le difficoltà economiche dell’Italia. Chiara Corsa, economista di UniCredit, ha scritto che “Il fattore chiave è l’austerità, che pesa duramente sui consumi e sugli investimenti.” Le recenti elezioni amministrative hanno visto la nascita di partiti anti-austerità. Paul Krugman aveva messo in guardia contro queste conseguenze a dicembre quando aveva descritto la spinta verso l’austerità da parte del Primo Ministro Mario Monti come “auto-lesionista” e “delirante.”

Tuttavia, come per il caso di Gran Bretagna, Francia e Grecia, i commentatori non sono chiari su cosa significhi austerità per l’Italia, anche se molti sembrano implicare i tagli alla spesa. Per esempio, se la critica di Krugman sull’austerità Italiana è coerente con le sue critiche sull’austerità nel resto dell’Europa, sappiamo che parla di tagli alla spesa. Quindi diamo un’occhiata e vediamo se questi tagli ci sono stati:

Fonte: Commissione Europea, Affari Economici e Finanziari.
* Utilizzando il deflatore del PIL

 La spesa in termini nominali è aumentata con un tasso medio annuale del 4.1% tra il 2000 e il 2009 e poi è leggermente scesa l’anno successivo. Nel 2011 la spesa pubblica era dello 0.14% appena al di sotto del suo livello del 2009. Per quanto riguarda la spesa in termini reali, non c’è stato alcun taglio. E come quota dell’economia, la spesa totale ha raggiunto un picco nel 2009 al 51.6% del PIL ed è scesa al 49.6% lo scorso anno, un calo tutt’altro che significativo.

Allora dov’è tutta questa austerità in Italia? Secondo il Financial Times, il “pacchetto del governo da €30 miliardi approvato a dicembre è stato fortemente orientato verso l’aumento delle tasse piuttosto che verso i tagli alla spesa, un’enfasi che ora i ministri ritengono abbia ampiamente condotto l’Italia in una recessione peggiore.” Il FT aggiunge che l’amministrazione Monti è di fronte a “forti pressioni del mondo economico, dei politici e della popolazione per spostare l’onere dell’austerità da una pesante tassazione verso tagli alla spesa pubblica.” Di conseguenza, il Primo Ministro Italiano ha annunciato €4.2 miliardi di tagli alla spesa a partire dal mese di Giugno, ancora meno dell’1% del totale della spesa pubblica. Non mi sembrano tagli così selvaggi.

Ma è molto affascinante vedere l’isteria che circonda i tagli alla spesa assenti e il loro presunto impatto negativo sulla crescita economica. Ad esempio, nel Dicembre scorso, l’Economist avvertiva:

Ma l’eccessivo accento sull’austerità rischia nel breve periodo di mandare l’economia del continente in una profonda recessione; i dati più recenti sulla produzione industriale Italiana hanno mostrato un declino annuo del 4.1% in Ottobre, prima ancora che i tagli di bilancio venissero introdotti dal nuovo governo.

Interessante notare che, secondo l’Economist, i tagli alla spesa erano in qualche modo responsabili di un calo della produzione economica in Italia, ancora prima di essere attuati!

Se è da biasimare l’austerità per la recessione in Italia, dobbiamo essere chiari che con questo termine intendiamo per lo più un aumento delle tasse con quasi nessuna riduzione della spesa pubblica.

Articolo di Juan Carlos Hidalgo per il  Cato Institute