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Dopo tanto lavoro, finalmente posso dedicarmi a quello che da sempre avrei voluto fare. Tuffarmi nel mondo della finanza, dell'economia e del trading. Lo studio è quello che più mi gratifica, dopo che la vita m'aveva portato verso altri lidi. Il mio impegno è costante e grazie ad internet sto cercando di carpire metodi consoni a questa mia nuova attività.

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lunedì 14 maggio 2012

Derivati a 647mila mld di $: servono regole o si avranno nuovi JPMorgan


Valgono 14 volte le Borse mondiali. Un valore che supera di 9 volte il Pil dell’intero globo. Sono i derivati bancari, il cui valore nominale dei contratti ha raggiunto i 647 mila miliardi di dollari solo nel 2011....
Questa la stima della Banca dei regolamenti internazionali, Bis, che dovrebbe far capire quanto sia importante una seria regolamentazione in campo economico. Il rischio che si corre è analogo a quello della JPMorgan, istituto finanziario solido che in appena 6 settimane è riuscita a bruciare ben 2 miliardi di dollari. I derivati bancari sono uno strumento finanziario che molto tenta gli investitori ed il cui valore è legato ad attività sottostanti come valute, titoli, merci, credit swap o altri tipi di indici finanziari. L’obiettivo di questo strumento è quello di coprire i rischi che imprese ed altre istituzioni finanziarie corrono nei mercati. Tassi di interesse, rischi di cambio o di oscillazione dei prezzi delle materie prime vengono coperti con i derivati.

Etichettare i derivati bancari come il male sarebbe sbagliato. Circa 504mila miliardi dei 647 mila sono costruiti sui tassi d’interesse: questo permette ad esempio di trasformare, per chi lo volesse o ne avesse necessità, un finanziamento a tasso fisso in variabile, o viceversa. Gli altri derivai sono suddivisi tra valute, per 63mila miliardi, su azioni per 6mila miliardi e su oscillazioni delle materie prime per 3mila miliardi. Altri 28mila miliardi di derivati sono in credit swap, delle polizze assicurative che gli investitori utilizzano per coprirsi dal rischio di fallimento di un qualsiasi debitore.

Il problema infatti non sono i derivati, ma l’uso errato che se ne potrebbe fare. Si sceglie magari di correre rischi troppo elevati, esasperando il valore nominale del derivato che è nettamente superiore al valore reale del mercato. Dietro l’angolo si nasconde il pericolo della speculazione folle, che può causare il rapido crollo di istituti finanziari solidi come la JPMorgan qualche giorno fa, ma anche la Lehman Brothers nel 2008.

Ed è proprio con la crisi finanziaria del 2008 che l’economia avrebbe dovuto comprendere il rischio dell’utilizzo dei derivati in assenza di una regolamentazione stringente. Il problema è che i derivati possono essere scambiati al di fuori delle Borse, portando a buchi che difficilmente possono essere sanati. La speculazione diventa rischiosa quando i credit default swap superano di gran lunga il valore dei debiti contratti. Un esempio è la situazione di Carrefour, che ha 13 miliardi di euro di debiti, secondo i dati di Bloomberg, e 28 miliardi di di credit default swap, secondo le stime di Dtcc.

La JPMorgan, che ha perso 2 miliardi di dollari in credit default swap, è un esempio vicino e lampante di come il rischio nei mercati dei derivati non sempre paghi. Ma è anche esempio di quanto, in assenza di regole rigide, sia possibile sbagliare. Tanto più che ad incappare nell’errore è stato proprio Jamie Dimon,l’ amministratore delegato del solido istituto finanziario. Correre il rischio è il lavoro di chi vive nella Borsa, ma chi lo fa dovrebbe ricordare che gli effetti si ripercuotono sul mercato mondiale.

Una regolamentazione dei derivati è necessaria e attendere ancora non è più possibile. Dopo il crollo della Lehman Brothers nel 2008, l’allora presidente della banca centrale americana Fed, Ben Bernanke, iniziò a chiedere normative per cambiamenti fondamentali per il mercato dei derivati. Lo stesso Bernanke che nel 2005 era il primo sostenitore di regole più leggere e che dei derivati diceva: “Si tratta di strumenti importanti, perché permettono di diversificare e spostare i rischi verso chi li sa gestire”.

Nel 2008 Christopher Cox, allora presidente della Sec, la Commissione per i Titoli e gli Scambi degli Stati Uniti, puntò il dito contro i derivati senza controllo, denunciando regolamenti non severi in materia. Lui che, solo qualche anno prima e proprio come Bernanke, si era schierato per norme meno intransigenti: “Mi preoccuperebbe se i derivati venissero considerati come il Diavolo dal Congresso”.

L’indecisione di personalità come Bernanke e Cox non sembra essere più accettabile. Nella crisi finanziaria in cui versa l’intero mercato globale, quei 647mila miliardi di derivati sono una bomba da dover gestire. Il mercato va regolamentato, rimandare ancora non è più possibile. source