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Dopo tanto lavoro, finalmente posso dedicarmi a quello che da sempre avrei voluto fare. Tuffarmi nel mondo della finanza, dell'economia e del trading. Lo studio è quello che più mi gratifica, dopo che la vita m'aveva portato verso altri lidi. Il mio impegno è costante e grazie ad internet sto cercando di carpire metodi consoni a questa mia nuova attività.

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mercoledì 7 marzo 2012

Grecia, BRICS ed Iran. Il risiko europeo

Piazza Syntagma in rivolta, Atene in fiamme, Ministri che rassegnano le proprie dimissioni.
 Eppure il Parlamento greco ha approvato l’ultimo, durissimo piano di riforme “lacrime e sangue” – che va ad aggiungersi a tutti gli altri piani di austerità che si sono succeduti dal maggio 2010 – raccomandato da Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale come condizione imprescindibile per l’erogazione di 130 miliardi di euro necessari a salvare il paese dalla bancarotta.
Nello specifico, il piano volto a scongiurare la bancarotta ellenica prevede un decurtamento pari al 22%
del salario minimo (circa 580 euro lordi), il taglio di quindicimila dipendenti pubblici nell’arco dei dodici mesi a venire, la contrazione di pensioni e stipendi, la vendita delle aziende pubbliche sfuggite alle precedenti privatizzazioni e la rinegoziazione di titoli di debito con i privati. L’obiettivo dichiarato di questo salasso è quello di abbassare il debito pubblico greco fino al 120% (attualmente lambisce il 180%) del Prodotto Interno Lordo entro il fatidico 2020, malgrado misure di analogo tenore abbiano prodotto risultati a dir poco fallimentari nel recente passato.
Il problema di fondo delle reiterate “cure austerità” raccomandate da quella che taluni commentatori hanno ribattezzato “troijka” è costituito dalla totale incomprensione del fatto che il dissesto greco affondi le proprie radici non nella corruttela, peraltro innegabile, delle proprie classi dirigenti ma proprio nei profondi e sottovalutati squilibri della bilancia commerciale ellenica.
Le drastiche misure rivolte all’abbassamento del rapporto tra disavanzo e Prodotto Interno Lordo rispecchiano questa incomprensione di base, che ignora (o ama ignorare) il fatto che stringendo il capestro della spesa pubblica durante i periodi recessivi si finisce regolarmente per strangolare l’economia e compromettere ogni possibilità di ripresa futura.
Quand’anche tali misure dovessero provocare una reale diminuzione del deficit, il risultato finale sarebbe un effettivo trasferimento del problema, poiché sarebbe il Prodotto Interno Lordo a subire le relative, pesantissime ricadute della “cura”.
Nel caso della Grecia, in particolare, la cosiddetta “austerità” pretesa dai “mercati” e dai loro intermediari istituzionali europei non ha impedito che il debito ellenico passasse, nel corso del triennio 2008 – 2011, da circa 260 a oltre 350 miliardi di euro, il Prodotto Interno Lordo si abbassasse di ben 15 miliardi di euro (da 233 a 218 miliardi di euro) e la disoccupazione raddoppiasse fino a sfiorare quota 20%.
L’obiettivo dichiarato dell’ultimo salasso è quello di abbassare il debito pubblico greco fino al 120% (attualmente lambisce il 180%) del Prodotto Interno Lordo entro il fatidico 2020, malgrado l’economia greca importi pressoché tutte le merci che consuma ed esporti meno della provincia di Vicenza.
Dinnanzi a questi dati l’Europa ha preteso che Atene elevasse considerevolmente – oltre la soglia del 30% – i tassi di interesse per attirare capitali, procrastinando l’inevitabile resa dei conti.
Il che descrive in maniera piuttosto eloquente il grado di degenerazione raggiunto dall’Unione Europea, inchiodata ai nefasti parametri stabiliti a Maastricht nel 1992 ed incapace di ridisegnare un ordine politico ed economico in grado di riproporre, in una fase di grandi sconvolgimenti geostrategici, un Vecchio Continente solido sulla “grande scacchiera” internazionale.
L’euro, tanto per cominciare, è regolato da uno statuto illogico e controproducente poiché impedisce svalutazioni competitive finendo per compromettere, di conseguenza, alcuna possibilità di correggere gli squilibri delle partite correnti che, nel caso in questione, costituiscono il principale fattore di crisi della Grecia, rispetto al quale l’esplosione del debito pubblico non è che la naturale conseguenza.
Il debito pubblico rappresenta un indicatore affidabile dello stato di salute non tanto di un paese, quanto delle attività che vengono espletate al suo interno, ed una ipotetica impennata di questo debito scaturisce regolarmente dalla necessità nazionale di riequilibrare gli squilibri vigenti.
La crescita del debito pubblico significa, in altre parole, che lo Stato sta sobbarcandosi oneri che normalmente non gli competono allo scopo di restituire una condizione di stabilità.
Lo Stato greco, che è un importatore totale, ha ovviato alla voragine dovuta all’endemica evasione fiscale con denaro pubblico, in modo da mantenere alto il livello di consumi interni.
Ma così facendo Atene – che si colloca al secondo posto nella graduatoria stilata dall’OCSE per quanto riguarda la spesa militare in rapporto al Prodotto Interno Lordo – ha sostenuto implicitamente (ma non troppo) l’export francese e (soprattutto) tedesco, specialmente per quanto riguarda armi e beni di consumo.
Nonostante sia chiaro che la galoppante inerzia recessiva attualmente in atto molto difficilmente potrà essere rovesciata attraverso trattamenti simili, non deve stupire che le due istituzioni continentali raggruppate nella triade – che alcuni hanno ribattezzato troijka – composta da Banca Centrale Europea, Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale abbia avanzato pretese simili dalla classe dirigente greca e sia giunta a installare un proprio uomo di fiducia al governo di Atene per ottenere relative garanzie operative.
Il Primo Ministro greco George Papandreou fu infatti travolto dal clamore mediatico internazionale (a orologeria) e costretto alle dimissioni a beneficio di Lucas Papademos, che da governatore della Banca Centrale greca nell’arco temporale che va dal 1994 al 2002 aveva concorso primariamente a falsificare i conti pubblici per permettere l’ingresso della Grecia nell’Eurozona.
Eloquentemente, Papademos nominò Petros Christodoulos, un ex operatore della Goldman Sachs, come responsabile dell’organismo che gestisce il debito ellenico dopo che la stessa banca d’affari ebbe effettuato pesanti manovre speculative contro la Grecia.
Parallelamente, qualcosa di analogo accadde in Italia – dove il dimissionario Silvio Berlusconi venne rimpiazzato, sempre “a furor di mercati”, da Mario Monti, ex consigliere internazione di Goldman Sachs – ed anche a livello continentale, dove l’ex Vice-Presidente di Goldman Sachs per l’Europa Mario Draghi fu nominato Governatore della Banca Centrale Europea.
Con il gotha di Goldman Sachs infiltrato in ogni rilevante anfratto operativo europeo era francamente difficile presumere che gli eventi potessero prendere una piega alternativa.
Essendo, inoltre, l’Unione Europea stata costruita ad uso e consumo di Francia e Germania, questi due paesi hanno potuto usufruire della mancanza di un regime fiscale unitario – pur in presenza di un regime monetario unico – per Eurozona per trarre enormi benefici dal dumping nei riguardi di paesi come la Grecia.
La Germania, inoltre, ha propugnato una linea di politica economica incardinata sulla deflazione salariale che ha contratto pesantemente gli stipendi, provocando un inevitabile calo di consumi interni che ha di fatto consentito a Berlino di orientare i propri sforzi sul potenziamento dell’export tedesco.
In compenso, la Germania ha registrato un esorbitante impennata – pari a quasi 800 miliardi di euro – di debito pubblico nel corso dell’ultimo decennio.
Da ciò si evince che l’architettura europea è del tutto inadeguata ad affrontare minacce che coinvolgono massicciamente taluni paesi e non altri, perché è del tutto insensato che due paesi situati agli antipodi come Germania e Grecia condividano la medesima moneta.
La Germania, tuttavia, non è nuova a queste brusche cadute, perché storicamente portata a privilegiare l’aspetto tattico e a breve termine dei processi politici ed economici a scapito di quello strategico, come accadde alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, della Seconda Guerra Mondiale e della drammatica crisi jugoslava, quando Berlino riconobbe immediatamente le mire secessioniste del novello Ustascia Franjo Tudjman nella speranza di porre la neonata nazione croata sotto il tallone di ferro – sia politico che economico – tedesco, ottenendo i ben noti risultati.
Va ricordato tuttavia che, a onor del vero, la Germania è un paese a sovranità limitata, talmente disseminato di basi statunitensi e NATO da rendere quasi tangibile la volontà americana di tenere sotto controllo le mosse di Berlino.
Eppure il paese tedesco è riuscito a divincolarsi parzialmente dalla morsa atlantica, stringendo l’importantissimo accordo relativo alla costruzione del gasdotto Nord Stream con la Russia e avvicinandosi progressivamente alla Cina, nazione con la quale la Germania vanta un interscambio cresciuto di oltre trenta volte dal 1990.
Sia Russia che Cina hanno accumulato – attraverso le esportazioni di petrolio e gas la prima, attraverso l’esorbitante esportazione manifatturiera la seconda – ricchissimi fondi sovrani cui l’Unione Europea potrebbe accedere per riassestare la drammatica situazione venutasi a creare.
Questa possibilità è però subordinata alle grandi scelte che il Vecchio Continente sarà chiamato ad operare, la principale delle quali riguarda se perseverare con la fedeltà all’atlantismo o tendere la mano a questi nuovi poli geostrategici emergenti meglio noti come BRICS.
Sotto questo aspetto, iniziative di rilevo come il Nord Stream o l’avvicinamento alla Cina stridono pesantemente con l’infausta decisione di applicare l’embargo petrolifero all’Iran tanto “caldeggiato” da Washington.
L’Europa, in definitiva, deve decidere da che parte stare; se raccogliere i non pochi segnali inviati dai BRICS nel corso di questi mesi o continuare a prestare fedeltà agli Stati Uniti, che trascineranno verosimilmente il Vecchio Continente in un disastro debitorio senza eguali. fonte