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Dopo tanto lavoro, finalmente posso dedicarmi a quello che da sempre avrei voluto fare. Tuffarmi nel mondo della finanza, dell'economia e del trading. Lo studio è quello che più mi gratifica, dopo che la vita m'aveva portato verso altri lidi. Il mio impegno è costante e grazie ad internet sto cercando di carpire metodi consoni a questa mia nuova attività.

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venerdì 30 marzo 2012

DOVE FINISCE LA LIQUIDITÀ

Il largo ricorso alla deposit facility presso la Bce non è segno dell'inerzia delle banche a erogare credito.
 È il corrispettivo dell'eccesso di liquidità presente nel sistema, l'unico modo per garantire l'equilibrio del bilancio della banca centrale. Il problema non è tanto che la liquidità torni nei forzieri della Bce. Quanto il fatto che, per le particolari dinamiche della crisi finanziaria, alcune banche hanno necessità di chiedere fondi in eccesso alla Bce. E questo eccesso, dopo tutte le transazioni giornaliere sui mercati, finisce sistematicamente presso altre banche.
Negli ultimi anni, dopo l’inizio della crisi finanziaria, il volume di rifinanziamento erogato dall’Eurosistema alle banche dell’area dell’euro è notevolmente cresciuto, e di recente, con le operazioni di scadenza tre anni, ha superato la soglia record di 1.100 miliardi. L’utilizzo di questi fondi è diventato un argomento di confronto politico-economico: alcuni hanno sostenuto che buona parte della liquidità acquisita dalle banche è stata utilizzata per comprare titoli di Stato; altri - osservando la notevole crescita del ricorso alla deposit facility
dell’Eurosistema, attualmente intorno agli 800 miliardi - hanno dedotto che sia tenuta ‘al sicuro’ presso la Banca centrale, anziché prestata a famiglie e imprese. Questa asserzione, come ha rilevato Rony Hamaui su lavoce.info, non è corretta. Infatti, indipendentemente dall’andamento del credito bancario all’economia e della domanda di titoli di Stato, nell’attuale situazione i depositi presso le banche centrali dell’area dell’euro non possono che essere così elevati.

UN ARBITRAGGIO ASSURDO


Va detto innanzitutto che per una banca prendere fondi dalla Bce al mattino per restituirli alla sera sarebbe un’operazione priva di senso, in quanto il tasso di interesse sui rifinanziamenti è pari all’1 per cento, mentre la deposit facility rende alle banche depositanti solo lo 0,25 per cento.
Un tesoriere che facesse operazioni di questo tipo avrebbe ben presto qualche problema. È evidente, quindi, che le banche che ricorrono al credito della banca centrale impiegano in qualche modo quella liquidità. Come ha puntualizzato il mese scorso il Governatore Ignazio Visco nel suo intervento all’annuale riunione dell’Assiom-Forex, la liquidità che le banche hanno assunto dall’Eurosistema “(…) sta circolando: gran parte dei fondi sono stati concessi a intermediari diversi da quelli che li hanno poi depositati presso le banche centrali nazionali”.

COSA COMPENSA L’ESPANSIONE DELL’ATTIVO

Ma allora, se le banche impiegano e “fanno girare” quella liquidità, perché ogni sera essa si ritrova nei depositi presso la banca centrale? La risposta è semplice: perché non ci sono altri “posti” dove la liquidità possa finire la sua giornata (sempre che resti nell’area dell’euro). Per comprendere il perché, vediamo la cosa dal punto di vista contabile: se la banca centrale accresce il proprio attivo di bilancio erogando maggiori finanziamenti alle banche commerciali, come avvenuto in questi ultimi mesi, l’equilibrio non può che essere ristabilito con un corrispondente accrescimento del passivo. Il passivo della banca centrale è costituito, essenzialmente, da passività in valuta, dalle banconote in circolazione, dai depositi della pubblica amministrazione e dalla liquidità detenuta dalle banche commerciali presso la banca centrale. Quale posta, tra quelle elencate, può compensare i maggiori finanziamenti erogati dalla Bce?
Escludiamo subito le passività in valuta, il cui eventuale aumento non ha evidentemente alcuna relazione con la crescita del volume del rifinanziamento erogato alle banche dell’area dell’euro con le operazioni di mercato aperto. Ciò è vero, almeno nel breve-medio periodo, anche per il circolante (cioè le banconote detenute materialmente dagli agenti economici diversi dalla banca centrale), che cresce a un tasso di circa il 5 per cento l’anno, in base a dinamiche proprie, dipendenti da vari fattori istituzionali.
Neanche i depositi della pubblica amministrazione (pari a fine 2011 a circa 65 miliardi per l’intera area dell’euro) possono ristabilire l’equilibrio. I governi dell’euro-area, infatti, depositano presso la rispettive banche centrali le proprie “cash balances” per importi determinati in base a normative e logiche precise, del tutto indipendenti dal maggiore o minore credito erogato dalla banca centrale alle banche.
Dunque, un aumento delle attività della banca centrale verso le banche non può che essere bilanciato da un (quasi) corrispondente aumento delle passività di queste ultime verso la banca centrale. Le passività della banca centrale nei confronti degli istituti di credito sono sostanzialmente due. Il primo, la riserva obbligatoria, è costituita da depositi che ciascuna banca dell’area deve conferire in uno specifico conto presso la rispettiva banca centrale nazionale (remunerato al tasso medio delle operazioni di rifinanziamento settimanali, cioè attualmente all’1 per cento). La riserva obbligatoria è parametrata ad alcune voci del passivo del bilancio delle banche, ed è quindi indipendente nel breve periodo dall’andamento del rifinanziamento da parte della banca centrale.
Per far quadrare i conti, dopo l’aumento verificatosi nel rifinanziamento alle banche commerciali, non restano che i conti di deposito overnight detenuti dalle banche medesime, cioè, appunto la deposit facility.

DOVE FINISCE LA LIQUIDITÀ (QUANDO ECCEDE IL FABBISOGNO)

Le banche hanno ogni giorno una serie di scadenze improrogabili: i prelievi di contante della clientela, l’assolvimento dell’obbligo di riserva nei confronti della banca centrale, i rimborsi delle obbligazioni emesse e così via. La liquidità che residua è disponibile per fare credito, per comprare titoli, e così via A parte i pagamenti in contanti, esigui e soggetti a limitazioni di legge, questi impieghi hanno necessariamente una contropartita nell’ambito del sistema bancario.
Infatti, anche quando i fondi sono impiegati nei confronti di famiglie e imprese, ciò che una banca fa quando concede un mutuo o aumenta un fido è accreditare i conti correnti di tali soggetti. Dunque la liquidità in euro, indipendentemente da quali siano gli utilizzi, circola tra le banche dell’area e a fine giornata si distribuisce in un certo modo tra esse.
Se la liquidità in circolazione è commisurata al quantitativo strettamente necessario al fabbisogno del sistema, quello cioè che la Bce definisce il benchmark” (e che deriva da un complesso processo di stima effettuato dalle banche centrali nazionali dell’area), i conti di ogni istituto di credito si chiudono alla sera aggiustando le reciproche posizioni: le banche che, conclusi i propri affari, hanno un eccesso di liquidità, lo cedono alle banche che sono in deficit, e non vi sarà alcuna eccedenza per impieghi “residuali”. In condizioni del genere, la deposit facility presso le banche centrali è nulla. Questa è stata la situazione fino all’estate del 2007, quando è iniziato l’enhanced credit support della Bce,  l’espansione del rifinanziamento alle banche per volumi maggiori del benchmark. Da allora la liquidità in eccesso è strutturale: se le banche in possesso di quei fondi eccedenti volessero impiegarli, dovrebbero rivolgersi al mercato monetario, dove altre banche potrebbero acquisirli; ma ciò non farebbe che modificare la distribuzione della liquidità all’interno del sistema bancario. In altri termini, la liquidità in eccesso passerebbe di mano in mano, con una sorta di “effetto patata bollente”, finché la chiusura dei sistemi di pagamento porrebbe fine al giro lasciando comunque un certo numero di banche “troppo” liquide. Per queste banche l’alternativa, a quel punto, è tenere la liquidità infruttifera in cassa (le cosiddette “riserve in eccesso”) ovvero depositarla in banca centrale spuntando il tasso dello 0,25 per cento.

IL PROBLEMA NON È IL VOLUME DEI DEPOSITI PRESSO LA BCE

In conclusione, l’ampio ricorso alla deposit facility non è un sintomo dell’inerzia delle banche a erogare credito, ma è il necessario corrispettivo dell’eccesso di liquidità presente nel sistema, l’unico modo possibile per garantire l’equilibrio del bilancio della banca centrale.
Il problema quindi non è che la liquidità finisca in banca centrale ogni sera, ma che, a causa delle particolari dinamiche della crisi finanziaria in atto, vi siano alcune banche che hanno necessità di chiedere fondi in eccesso alla Bce e che questo eccesso di liquidità, dopo tutte le transazioni giornaliere sui mercati, finisca sistematicamente presso altre banche, che a fine giornata non possono che ricorrere alla deposit facility. source
di Giandomenico Scarpelli...direttore  per diversi anni della divisione che in Banca d'Italia si occupa dell'emissione di titoli di Stato, e successivamente quella che svolge le operazioni di politica monetaria e in cambio e che effettua le stime della liquidità delle banche italiane. Attualmente è sostituto del Capo del Servizio Operazioni di Banca Centrale.