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Dopo tanto lavoro, finalmente posso dedicarmi a quello che da sempre avrei voluto fare. Tuffarmi nel mondo della finanza, dell'economia e del trading. Lo studio è quello che più mi gratifica, dopo che la vita m'aveva portato verso altri lidi. Il mio impegno è costante e grazie ad internet sto cercando di carpire metodi consoni a questa mia nuova attività.

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lunedì 5 marzo 2012

Crescita economica....una questione tra CREDITO e POLITICA

Credito e politica per la crescita

Se il credito è diventato improvvisamente motivo per tirarsi le pietre tra banche e imprese o per dimissioni-show come quelle inscenate dall’esecutivo dell’ABI, se il credito è uno dei motori per fare ripartire la crescita economica, e non c’è dubbio che lo sia, allora non capisco perché governo e Banca Centrale stiano sulla riva a guardare la battaglia senza intervenire. Non con la firma della terza moratoria (utile ma non decisiva), bensì con una vera politica industriale che includa anche obiettivi di crescita del credito alle
imprese.  E non si tratterebbe di interferenza, di politica dirigistica di stampo sovietico ma di creazione di piattaforme di sostegno alla politica industriale, che la stessa Confindustria, oggi distratta dall’art.18 e dalla successione al vertice, potrebbe e dovrebbe reclamare a gran voce.

Lo ha fatto la Gran Bretagna, un paese e un sistema che è tutto tranne che dirigistico, non vedo perché non si possa fare in Italia. Stabilire obiettivi di crescita dei finanziamenti alle imprese, di allocazione tra grandi e piccole imprese come è stato fatto da Cameron con il Merlin Project a cui hanno aderito le 5 principali banche inglesi, è un atto logico di sostegno al sistema paese, di coinvolgimento di una delle parti (le banche) in un disegno complessivo di rilancio, tanto quanto lo è il rilancio delle infrastrutture, dell’export (a proposito che fine ha fatto l’Agenzia dell’Export?) e l’assetto fiscale.

Mi si potrebbe obiettare che le banche inglese sono più controllabili, perché sono state salvate dallo Stato con soldi pubblici, di quelle italiane, ma potrei ribattere che i Tremonti bond (che prevedevano obblighi sul come impiegare quanto raccolto verso le imprese!) sono in parte ancora in circolazione e che per prendere liquidità all’1% dalla BCE lo Stato italiano ha concesso garanzia sulle obbligazioni bancarie, quindi obiezione respinta.

Stabilire lending targets (obiettivi di prestito) aggregati credo proprio possa essere parte dei compiti del Ministero dell’Economia e della Banca d’Italia sulla base di sensati ragionamenti sulla crescita attesa, sull’effettiva necessità di finanza del sistema imprese (analizzati in lungo e in largo da bollettini statistici e nelle previsioni dei Centri Studi tra cui quello di Confindustria) e lascerebbe comunque al sistema bancario piena autonomia decisionale sull’allocazione del credito verso i singoli settori e le singole imprese. Quindi sostenere che forzare la mano alle banche potrebbe creare asset subprime nei bilanci è privo di fondamento. Le banche hanno almeno il 50-60% delle imprese a cui prestare denaro senza problemi di rating e oggi, dopo la seconda LTRO di Draghi non hanno neppure più problemi o alibi di liquidità.

Una volta messa la coscienza a posto sulla disponibilità di credito dalle banche -spegnendo una sterile polemica che sta dilagando oltre misura- sarebbe molto ma molto più facile andare dagli imprenditori a dire due paroline sulle cose che devono cambiare se vogliono sopravvivere, se vogliono avere credito, se vogliono davvero crescere. Così invece ognuno resta sulle proprie cocciute posizioni e il paese rimane inchiodato a una triste recessione e a sgradevoli recriminazioni. fonte
di Fabio Bolognini