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Dopo tanto lavoro, finalmente posso dedicarmi a quello che da sempre avrei voluto fare. Tuffarmi nel mondo della finanza, dell'economia e del trading. Lo studio è quello che più mi gratifica, dopo che la vita m'aveva portato verso altri lidi. Il mio impegno è costante e grazie ad internet sto cercando di carpire metodi consoni a questa mia nuova attività.

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martedì 21 febbraio 2012

E se il prossimo crack fosse in Cina?

Nella scorsa settimana è accaduto un evento di grandissima importanza in Cina, che i mass media italiani hanno sottovalutato e frainteso.

L’arresto di Wang Lijun, noto come un superpoliziotto e capo delle forze di sicurezza di Chongqing, megalopoli da 30 milioni di abitanti, oltre che braccio destro di Bo Xilai, popolarissimo segretario del Partito della città e astro nascente a livello nazionale, nella campagna contro le triadi e la corruzione lanciata da quest’ultimo. Questo avvenimento è destinato, con ogni probabilità, ad avere forti ripercussioni sul prossimo congresso del Pcc che, ricordiamolo, è il più grande avvenimento politico dell’anno insieme alla elezione del presidente Usa. Ma, prima di esaminare questo caso (ne parleremo a
breve) ci sembra il caso di fare un quadro della situazione economica e sociale della Cina che è tutt’altro che tranquilla.
Come già abbiamo segnalato a settembre, è esploso il problema del debito pubblico a causa di quello prodotto dalle amministrazioni locali. Si stimava che esso fosse di circa 1.600 miliardi di dollari e si è scoperto che supera i 10.000.

D’altro canto, la Cina deve fare i conti con una vampata inflazionistica che, nel 2010-11, secondo i dati ufficiali, è salita al 6% nel 2011 colpendo in particolare i due principali beni
alimentari dei cinesi, il riso ed il maiale che ha registrato un rincaro, su base annua, del 39% nel 2011 provocando forti agitazioni sociali. In ottobre/novembre la stretta creditizia aveva fatto alzare l’inflazione di un paio di punti, ma a gennaio ha ripreso a correre.

Nello stesso tempo, la stretta creditizia, decisa per fermare l’inflazione ha prodotto lo sgonfiamento della bolla immobiliare seguita all’immissione di liquidità di fine 2008: ad Hong Kong ci sono 250.000 case sfitte2 ed anche il “Quotidiano del popolo” parla di una “crisi dei subprime in stile cinese”: in diverse città della costa il crollo dei valori immobiliari ha oscillato fra il 30 ed il 50% con punte del 70%.

C’è stata, poi, un’altra conseguenza indesiderabile della stretta creditizia: la ripresa dell’endemico fenomeno della “finanza grigia” (usura). Le autorità monetarie di Pechino parlano di finanziamenti bancari per circa 350 miliardi di euro girati dai beneficiari a terzi, ma ovviamente ad interessi ben maggiori. Il fenomeno si è rapidamente esteso e già nell’autunno del 2011 ha dato risultati assai preoccupanti:

<< Un uomo d’affari del Fujian sparisce nel nulla lasciandosi alle spalle 300 milioni di yuan (35 milioni di euro) di debiti. Un altro imprenditore del Jiangsu, dopo aver accumulato un passivo di oltre 100 milioni di yuan , fa nottetempo le valige e scappa in Indonesia. Hu Fulin, presidente di Zhejiang Center Group, dopo aver rastrellato due miliardi di  yuan di prestiti (230 milioni di Euro) molla tutto e se la svigna alla chetichella negli Stati Uniti… Molti iniziano seriamente a preoccuparsi  perchè la stangata e fuga sta diventando una pratica sempre più diffusa tra gli uomini d’affari strangolati dai debiti…. A lanciare l’allarme è stato Liu Minkiang, il presidente della China Banking Regulatory Commission (l’organismo di vigilanza bancaria) che ha poi aggiunto un particolare inquietante: 64 aziende non operanti nel settore finanziario quotate in Borsa,  hanno nei loro bilanci 17 miliardi di yuan (2 miliardi di Euro)  di crediti privati erogati a terzi.>>

L’incremento delle esportazioni, a causa della recessione in Europa e Giappone, rallenta e questo può essere un guaio molto serio per la Cina dove, ogni anno si riversano nelle città 15 milioni di contadini, per dar lavoro ai quali, occorre un incremento del Pil non inferiore all’8%  con una percentuale di reinvestimento della metà sul totale del Pil stesso.

Tutto questo  sta determinando una serie di effetti a catena.
Nel settembre 2011, per la prima volta in assoluto, si è registrato un deflusso di capitali dalla Cina verso l’estero.
I segnali di pericolo di un crak cinese si sono moltiplicati: ad esempio l’aumento di valore assoluto dei Cds (Credit Default Swaps): per la Cina ora ammontano a 8,3 miliardi di dollari, nella graduatoria mondiale il decimo  più elevato ( più del Portogallo e della Bank of America), ma, solo due anni fa il totale di Cds sulla Cina era solo di 1,6 miliardi di dollari e la Cina era al 227° posto nella graduatoria mondiale.

Ancora: l’indice elaborato dalla Deutsche Bank riferito alle aziende internazionali molto esposte alla Cina, in un anno è sceso del 40% segnalando una fuga dal rischio cinese o “sindrome di Pechino”. La recessione nei paesi occidentali, già nell’autunno 2011, ha iniziato a propagare la sua onda verso i Bric, oltre che la Cina, anche India e Brasile hanno iniziato ad accusare il colpo.
Secondo l’Ocse, il Pil cinese nel 2012 crescerà meno del 9%, la percentuale più bassa da dieci anni in qua.

Tutto questo accade mentre si estende la protesta sociale: la stima degli scontri fra polizia e manifestanti è passata da 100.000 del 2010 a 150.000 nel 2011; nelle città del sud della costa si è verificata una nuova ondata di scioperi in estate e nel Tibet si è riacceso il movimento indipendentista.

Roubini prevede un crak cinese ma non prima del 2013-14, dopo il congresso del partito, ma altri, come Jim Chanos, fondatore dell’hedge fund Kynkos, ritengono che il crak sia già iniziato con la forte flessione immobiliare.
Ci sembra più realistica la previsione di Roubini, ma questo dice in quali condizioni il Pcc si stia avviando al suo congresso. fonte
di Aldo Giannuli...ricercatore di Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Milano.