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Dopo tanto lavoro, finalmente posso dedicarmi a quello che da sempre avrei voluto fare. Tuffarmi nel mondo della finanza, dell'economia e del trading. Lo studio è quello che più mi gratifica, dopo che la vita m'aveva portato verso altri lidi. Il mio impegno è costante e grazie ad internet sto cercando di carpire metodi consoni a questa mia nuova attività.

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sabato 17 dicembre 2011

Elogio del contante, strumento di libertà contro banche e governi

Ecco un'ottimo articolo a firma di Andrea BENETTON Consulente specializzato in processi aziendali, lean thinking e IT.

Con le nuove misure sulla tracciabilità dei pagamenti si stanno operando modifiche sostanziali alla circolazione della moneta con la giustificazione della lotta all’evasione fiscale.
Ma ai più sembra sfuggire il fatto che stiamo intervenendo con superficialità in meccanismi economici molto delicati in quanto la moneta è presente in ogni transazione e in ogni settore dell’economia. Ho forti dubbi che in queste misure di emergenza siano stati considerati questi aspetti, e quindi cercherò qui di evidenziarli.
Innanzitutto dobbiamo chiederci se la moneta elettronica sia a tutti gli effetti un equivalente della carta moneta. La carta moneta mantiene il valore fintanto che l’inflazione non ne intacca il valore. Certo ha lo
svantaggio di essere deteriorabile ma se tenuta con cura ha quasi sempre mantenuto il suo valore. La cosiddetta moneta elettronica non è altro che la fruibilità istantanea di fondi che stanno su un conto corrente bancario. Come tutti sanno (o dovrebbero sapere) nel momento in cui si “deposita” il proprio denaro in banca la banca ne acquisisce la proprietà. In realtà stiamo prestando il denaro alle banche. Il codice civile art. 1834 dice questo :
“Nei depositi di una somma di danaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà ed è obbligata a restituirla nella stessa specie monetaria, alla scadenza del termine convenuto ovvero a richiesta del depositante, con l’osservanza del periodo di preavviso stabilito dalle parti o dagli usi.”
Quindi il nostro denaro non è più nostro, abbiamo ottenuto un titolo di credito che possiamo riscuotere in qualsiasi momento ad esempio con un pagamento con il bancomat. E’ chiaro che questo meccanismo è perfetto finché non c’è la possibilità che le banche falliscano. In quest’ultimo caso noi non possiamo andare in banca a dire “datemi il mio denaro”. Diventiamo dei creditori che riceveranno i soldi con la liquidazione degli asset della società stessa e a tempo debito. Quindi quando scegliamo di depositare denaro in banca intraprendiamo un rischio esattamente come quando compriamo titoli o facciamo impresa. Questo è la cosiddetta “moneta elettronica”. Il fatto che ci siano garanzie dello stato sui conti correnti, in una situazione in cui lo stato è sull’orlo della bancarotta, è del tutto irrilevante. Lo stato, specie di questi tempi, non è famoso per aderire al detto “pacta servanda sunt”.
Dunque siamo di fronte ad una scelta dettata dall’ utilità dello stato di fare la lotta all’evasione e dall’utilità delle banche di procurarsi liquidità di cui di questi tempi scarseggiano. Anche il provvedimento che obbliga i pensionati a ricevere la pensione su un conto è iscrivibile alla stessa logica nonché la cancellazione della tassa sugli estratti conto annuali dei conti correnti bancari. Tutte scelte che forzano i cittadini a fare senza accorgersene un salvataggio delle banche. Tutte scelte che collettivizzano il rischio e creano una situazione di moral hazard in cui le istituzioni bancarie in futuro potranno correre rischi in misura ancora maggiore, come uno scommettitore che punta tutti i suoi averi perché tanto non pagano i loro azionisti, pagano i contribuenti. In questo senso va anche il recente provvedimento che introduce una garanzia sui titoli di debito bancari da parte dello stato e della collettività. Nel caso del limite dei pagamenti in contanti lo stato interviene imponendo di firmare un contratto con dei privati con cui i contraenti si assumono dei rischi che prima non avevano, impedendogli di usare la moneta nel modo che il cittadino ritiene più utile.  Non è più chi fruisce del servizio di trasporto del valore fornito dalla moneta a scegliere caso per caso ma è una misura coercitiva imposta dalla legge.
Facendo questo si riduce l’efficienza con cui la moneta trasporta il valore. Riduciamo l’utilità della moneta come mezzo di scambio.
Nella pratica impediamo ad alcune transazioni di concludersi o allunghiamo i tempi con cui esse vengono portate a termine, introducendo in tutti i settori della economia delle inefficienze. Per cercare di fare un paragone è come se lo stato decidesse che le uniche automobili che devono circolare devono essere le utilitarie. Poco importa se ci sono persone che hanno bisogno del 4×4 per andare alla loro casa di campagna fuori mano o se hanno bisogno del pickup per trasportare la moto o se hanno bisogno di una macchina grande perché sono una famiglia numerosa. L’unica scelta possibile è quella dell’utilitaria perché lo stato vuole guadagnare spazio per i parcheggi.
In sintesi non è più l’utilità degli agenti economici – base del libero mercato – a determinare la scelta dello strumento di pagamento ottimale. E’ un altro sistema, centralizzato e dirigista, non utile a chi esegue una transazione.
Se sommiamo la leggerezza con cui si interviene sulla moneta con il fatto che si pensa di ricorrere alla monetizzazione del debito attraverso il quantitative easing ci sono ottime ragioni per ritenere che il prossimo livello della crisi si sposti dal debito sovrano al valore delle monete. Non mi stupirebbe visto che il continuo tentativo dall’inizio della crisi è quello di diluire il rischio combinando situazioni da bancarotta con quanto di buono era rimasto nell’economia. fonte