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Dopo tanto lavoro, finalmente posso dedicarmi a quello che da sempre avrei voluto fare. Tuffarmi nel mondo della finanza, dell'economia e del trading. Lo studio è quello che più mi gratifica, dopo che la vita m'aveva portato verso altri lidi. Il mio impegno è costante e grazie ad internet sto cercando di carpire metodi consoni a questa mia nuova attività.

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domenica 25 dicembre 2011

Banche di Credito Cooperativo...banche democratiche a KM zero

Premessa:
Le Banche di Credito Cooperativo sono società cooperative senza finalità di lucro, dove si vive la rara esperienza della democrazia economica in una logica di imprenditorialità. Il loro obiettivo è quello di favorire la partecipazione alla vita economica e sociale, di porre ciascun socio nelle condizioni di essere, almeno in parte, autore del proprio sviluppo come persona. Originariamente, le BCC vedono la luce come Casse Rurali ed Artigiane nel periodo a cavallo tra la fine dell'800 e il nuovo secolo ad opera di cooperatori ispirati dal Magistero sociale della Chiesa cattolica che
ebbe un ruolo determinante nello stimolare le fasce umili delle popolazioni rurali (soprattutto agricoltori ed artigiani, allora categorie prevalenti e particolarmente fragili) per affrancarsi dalla miseria e dal fenomeno diffuso dell'usura. Le Banche di Credito Cooperativo nascono dunque da una necessità e da un'utopia. La necessità di permettere al maggior numero possibile di persone di ottenere prestiti a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle praticate dalle banche tradizionali. L'utopia di riuscire a far procedere insieme, ogni giorno, impresa e solidarietà, attenzione alle persone e capacità di autofinanziamento. Da allora, le Casse Rurali ed Artigiane hanno mantenuto uno strettissimo rapporto con il territorio di riferimento, intrecciando la propria storia con quella delle comunità, tanto da conquistarsi a pieno titolo l'appellativo di "banca locale". Le Banche di Credito Cooperativo, per non perdere i vantaggi legati alla piccola dimensione, si sono strutturate in un sistema nazionale che prende il nome di Credito Cooperativo e che si articola su due versanti, uno associativo e uno imprenditoriale, volti ad assicurare l'integrazione, le sinergie e le economie di scala tra e per le singole aziende. Le Banche di Credito Cooperativo italiane sono inoltre inserite nel più ampio sistema del Credito Cooperativo internazionale.

Detto questo negli ultimi tre anni in piena crisi, le Banche di Credito Cooperativo hanno incrementato gli impieghi del 9,7%, la raccolta del 3,7% e aumentato i posti di lavoro del 20%, quando i big come Intesa e Unicredit tagliano. Aumentano però anche le sofferenze, a un tasso di oltre il 20% annuo secondo i dati Bankitalia, che rileva numerosi clientelismi. E spinge per la creazione del Fondo di garanzia istituzionale, uno strumento per migliorare i loro requisiti patrimoniali in vista di Basilea III.

Lo chiamano il “costo della coerenza”. Un effetto collaterale che deriva dalla propria missione, cioè creare valore per l’azionista di riferimento: il territorio. Dai dati dell’ultimo congresso di Federcasse, emerge un sistema, quello del credito cooperativo, in netta controtendenza rispetto agli istituti retail. Nel bene e nel male: fare banca significa assumersi rischi, e quindi sopportare eventuali sofferenze sul credito erogato. Le Bcc, presenti in 2.705 Comuni su 8.092 totali, da dicembre 2009 a giugno 2011 hanno segnato un incremento degli impieghi del 9,7% (da 125,6 a 137,9 miliardi di euro), del 3,7% nella raccolta (da 148,1 a 153,6 miliardi), ma soprattutto dei dipendenti, cresciuti del 20% (da 30.460 a 36.600) in due anni e mezzo.

Una cifra sorprendente se confrontata con i 10mila esuberi di Intesa Sanpaolo e i 7.400 di Unicredit. Certo, gli impieghi totali dell’intero universo Bcc corrispondono a quelli della sola Piazza Cordusio, ma è proprio in virtù della loro micro dimensione che sono in grado di sopperire alle esigenze di famiglie e imprenditori più velocemente delle banche tradizionali. Per questo, nell’insieme, appaiono più in salute: il Core Tier 1, cioè il loro patrimonio di vigilanza, è mediamente al 14,1%, rispetto all’11,1% di un big come Mediobanca.

Il rovescio della medaglia, il costo della coerenza appunto, è stato evidenziato lo scorso 8 dicembre dal vicedirettore generale di Bankitalia Anna Maria Tarantola, nel suo intervento al congresso dell’ente presieduto da Alessandro Azzi: «Il sostegno fornito alle economie e alle comunità locali ha attutito l’impatto della crisi sul benessere delle famiglie, ha consentito a numerose piccole imprese di superare la fase più acuta della recessione. Ha però lasciato visibili tracce nei bilanci delle BCC, che si riflettono in primo luogo in un notevole peggioramento della qualità degli attivi. La crescita annua delle sofferenze è stata elevata, fino a superare il 35 per cento, è ancora al di sopra del 20 per cento». Esattamente il doppio rispetto alle previsioni 2011 dell’Abi, l’associazione bancaria italiana, relative alle banche commerciali.

Le ragioni non stanno soltanto nell’impegno a mantenere aperti i rubinetti del credito, ma anche in una certa approssimazione nel farlo, come emerge dalle sanzioni comminate ai vertici di alcune Bcc da Palazzo Koch nel corso del 2011. Le motivazioni dell’organo di vigilanza sono sempre quelle, tanto per la Bcc di Tarsia che per quella di Cittanova, per la Bcc Irpinia e per quella di Siracusa, per la Bcc della Contea di Modica e per la Bcc di Cagliari: “carenze nel processo di credito” e “carenze nei controlli interni”, a cui talvolta si affianca il “mancato rispetto del coefficiente prudenziale” e “l’inosservanza delle disposizioni in materia di trasparenza”. Contro gli ispettori di via Nazionale, i soci della Bcc di San Vincenzo la Costa, in provincia di Cosenza, hanno addirittura fondato un gruppo su Facebook, accusando l’istituto presieduto da Vincenzo Visco di voler distruggere la piccola Bcc «sulla base di motivazioni cavillose, insufficienti e che già erano oggetto di contenzioso dinnanzi alla Corte d’Appello di Roma e al Consiglio di Stato».

Il mondo mutualistico non è sempre opaco e clientelare. Ne è prova l’ormai celebre iniziativa della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate, che a inizio 2010, in collaborazione con l’Unione degli industriali di Varese ha erogato “bond territoriali” per 4,5 milioni di euro a un tasso del 2,25%, con l’obiettivo di reinvestirli per supportare le Pmi. Un tale successo che il plafond è andato esaurito nel giro di nove mesi. Un’iniziativa pilota a cui ne sono seguite molte altre fino all’ultimo caso, lo scorso ottobre, promosso da Confindustria Vicenza.
Sebbene riunite in quindici federazioni territoriali sotto l’ombrello di Federcasse, e nonostante i prodotti e servizi finanziari come il leasing (i.e. Banca Agrileasing) e l’assicurazione siano distribuiti da Iccrea Holding creando così economie di scala, per Bankitalia le Bcc sono inefficienti. A causa delle diatribe locali, infatti, la costruzione di una vera struttura di rete va a rilento. Difficoltà che si traducono in carenza di liquidità alla luce delle nuove regole di Basilea III. Spiega ancora Tarantola: «Le carenze complessive di liquidità, stimate sulla base dei dati di dicembre 2010, ammonterebbero a 6 miliardi di euro, di cui poco meno di 5 attribuibili agli istituti centrali. Vi sarebbe però un’eccedenza di liquidità superiore ai 10 miliardi da parte delle rimanenti BCC». In altre parole, per il regolatore, ci sono ampi margini per gestire la liquidità all’interno, senza quindi esporsi al rischio di mercato e ai costi sempre più elevati della raccolta.

Per questo Palazzo Koch sta spingendo l’acceleratore sulla creazione del Fondo di garanzia istituzionale, operativo entro il 2012, che ingloberà anche le funzioni già esercitate dal Fondo di garanzia sulle obbligazioni nato nel 2004. Uno strumento che, spiegano da Federcasse, dovrebbe consentire non soltanto di correre in soccorso alle Bcc in crisi, ma anche, con l’assenso di Bankitalia, alla ponderazione zero sui prestiti via Iccrea. Significa che i prodotti Iccrea venduti dagli istituti mutualistici non avranno impatto sul Tier 1 delle piccole banche territoriali. Una rivoluzione per rendere più forte la banca a km zero. fonte